Capitolo 13 - Una Tisana Prima Di Dormire

Se c'era una cosa che Fianna si ricordava bene dopo molti anni era la sensazione di straniamento che aveva provato il giorno in cui le avevano detto che nulla sarebbe stato come prima, e che da quel momento era un licantropo. Era stranita perché finalmente era successo qualcosa nella sua semplice esistenza da studentessa media tale da cambiarle davvero la vita, e radicalmente. Un mutamento che avrebbe condizionato ogni suo singolo gesto, parola, sensazione, e che l'avrebbe cambiata per sempre, rivoluzionandola da capo a piedi.
Forse lo aveva sempre desiderato, non l'essere morsa da un lupo mannaro ovvio, ma semplicemente poter trovare un senso alla sua esistenza, e, da quel giorno, ne era certa, anche se con numerose difficoltà, lo aveva finalmente afferrato.
Quel morso aveva dato un senso alla sua vita, un fine, ma Remus non l'aveva mai accettato.
Ancora dopo anni l'aveva fissata con disgusto, ma per se stesso, quando invece la donna avrebbe voluto ringraziarlo, per quella strana opportunità.
E lo aveva fatto, molte volte, finché si era resa conto che insistendo su quella linea, pur in buonafede, lui si sarebbe sentito in colpa, solo per il semplice fatto di non comprendere perché lei fosse così felice di essere un licantropo, anche quando le difficoltà di quella sua doppia natura si facevano davvero opprimenti.
- Le due cose più belle della mia vita provengono entrambe da te. Ci crederesti mai? - gli domandò, lasciando aderire le lunghe dita ossute alla ceramica di una vecchia tazza, resa bollente da una tisana di erbe appena preparata si trovava all'interno - Come un cerchio che trova congiunzione. E motivazione di esistere. -
Lupin fissava con sguardo vuoto il fumo che saliva dalla sua: era sceso da qualche minuto dopo esser stato a parlare con Liam anche dopo cena, raccontandogli vecchie storie dei suoi anni di scuola, finché non era arrivata l'ora di dormire.
- Davvero? - le chiese, come cadendo dalle nuvole.
- Una ovviamente è Liam. - sembrò suggerirgli.
- E' bello sentirtelo dire... -
- E l'altra, in un certo senso, ne è stata la causa. - aggiunse la donna.
- Significa che se non fosse successo quello che è successo... Liam non sarebbe mai stato neppure concepito? -
- No, affatto. Diciamo che... Ha accelerato i tempi. - sorrise lei.
Le faceva strano parlarne così, ad ogni modo le faceva anche piacere: aveva un mucchio di ricordi felici di quei tempi lontani, che non vi aveva mai indugiato con rimorso o rancore, tutt'altro.
- Tu, Remus Lupin... Tu completi il mio destino. Se così si può dire. Perché prima non ne avevo nessuno. -
Il mago sospirò, in un brivido - Questo ci ha sempre divisi, e resi distanti: il significato diverso che abbiamo dato al medesimo morso. - convenne cupo.
- Non è mai stato lo stesso morso. Non sarebbe mai potuto esserlo. Questo non vuoi capire, da sempre. -
- Sminuisci il valore di una decisione del tuo stesso capobranco? - rispose sarcastico l'altro.
- No. Non c'è proprio paragone. - tagliò corto la donna.
- Quello che a te completa il tuo destino a me l'ha incrinato, e compromesso. E' questo che ci ha reso sempre così... -
- Incompatibili? - suggerì lei.
- Ancora oggi. Tu sei fiera di quello che per me è vergogna. Ed orgogliosa di quello che io detesto. -
- Non puoi proprio fartene una ragione, eh? - indagò Fianna, a palpebre socchiuse.
- Di quante, mille, diverse cose? -
- Che io abbia amato quello che tu odi del tuo essere. - soffiò l'altra - Non si parla dell'essere licantropo qui, si parla di te. E' sempre stato così. -
- Io non posso... Accettarmi. -
- No, tu non vuoi. E' ben diverso. Quella che tu chiami incapacità di poter fare qualcosa... E' la tua volontà che non è abbastanza forte. Se tu volessi farlo ci saresti riuscito tempo fa, invece di nasconderti continuamente dietro i tuoi problemi, quello che avresti potuto fare ma sei stato sempre impossibilitato dal destino a compiere. Il destino non esiste. Sei tu che ti dai la zappa sui piedi. -
Lupin distese le lunghe dita sul piano consumato del tavolo - Finiscila, per favore. Non accetto critiche da chi è fuggito di fronte ai suoi sbagli. -
- Io ho scelto il Branco. E' ben diverso. -
- No, tu l'hai scelto dopo che hai combinato quel disastro. Prima eri scettica quasi quanto me. E non mi pare che tu ora stia nel bosco... - le volle ricordare, sollevando le sopracciglia con espressione vagamente perplessa.
- Sì, però, alla fine io ho scelto. E non me ne pento. L'ho voluto io. Non è stato perché non avevo alternativa. E non venirmi a dire che la vita nella foresta è più semplice di quella in città perché... -
L'uomo si voltò verso di lei, ed il suo sguardo era nuovamente fragile, come sul punto di spezzarsi sotto l'ennesimo colpo inferto dalle parole della donna - Cosa ne sai, tu, di quello che ho passato io in tutto questo tempo... Stai sempre a portare come esempio te stessa: ma non sono tutti come te, Fian, sappilo bene. Non puoi usare te stessa come metro di giudizio per il resto del mondo. -
- Io non posso leggerti nella testa. Tu ricorda questo. E vedi di spiegarti. - rimbeccò convinta la padrona di casa.
Remus si alzò in piedi, in un lungo sospiro stanco. Il divano era a pochi metri da loro e da quel tavolo, eppure gli sembrava lontanissimo ed irraggiungibile.
E lui aveva voglia solamente di gettarsi tra i cuscini, e fissare il vuoto, trovando il bandolo della matassa di pensieri che gli vorticavano nella mente. O perdersi definitivamente in essi.
Vi si sedette a metà, lasciando che il suo sguardo rimanesse fermo su Fianna, a qualche metro da lui, in un silenzioso invito a seguirlo.
- A volte vorrei poterti guardare e realizzare che sei un estraneo, lo sai? -
- Perché? -
- Perché potrei permettermi il lusso di far finta di non vedere quella tua espressione e di non intuire quello che potrebbe significare. -
Lui non rispose, e continuò ad osservarla mentre si alzava e gli si accomodava accanto.
- Perché sei qui? -
- Ti ho già detto che... Ti ho già detto tutto. - insistette stancamente lui.
- No, mi hai detto la versione ufficiale. Io voglio sapere quella che anche tu neghi possa esistere. -
- Pensi mi abbia mandato qualcuno? Che io sia una spia? -
La donna dissentì con la testa.
- Pensi che io sia tornato per te? -
- Ma non penso proprio. Neppure sapevi che ero qui. Ma non è questo è che... -
Lupin si corrucciò a quelle parole: tanta schiettezza era in grado di ferirlo più di ogni altra cosa, specialmente se riferita a se stesso. Se neppure lei ci aveva mai sperato... A che serviva illudersi?
- Che cosa è successo per farti tentare quest'ultima via? - lo incalzò allora l'altra.
L'uomo non disse una sola parola: reclinò la testa indietro contro la testata del divano, chiudendo le palpebre, massaggiandosi le tempie in punta di dita. E gli bastò un attimo per rivedere il corpo del suo migliore amico, l'unico rimasto in vita, passare la soglia dell'arco al Dipartimento dei Misteri, e sparire nel nulla, lasciando dietro di sé solo il rimpianto per tutto quello che avrebbe potuto fare per evitare quella disgrazia, come molte altre.
Ed il rimorso era stato una bestia troppo simile a quella che già gli covava dentro da anni, e che lo dominava da altrettanto tempo ogni plenilunio, perché l'unica via possibile da intraprendere non avesse potuto essere proprio quella che aveva rifuggito per una vita intera.
- Ho perso tutto. - mormorò, la voce appena incrinata.
Fianna non fiatò, bevve dalla tazza, in silenzio, prima di poggiarla su un tavolino accanto al divano, e tornare a guardare Remus in faccia, in attesa di altre parole.
- Nella mia vita sono stato spesso solo. Soprattutto dopo... Quello che è successo. Dopo aver perso te, bastò una notte perché il resto dei miei amici venisse risucchiato dalla guerra, in un modo o nell'altro: Lily e James uccisi, Peter dato per morto, Sirius in prigione... Avevamo vinto. Ma a quale prezzo. - le raccontò, la voce ridotta ad un sussurro debole.
- Per molti anni mi sono rifugiato nella mia solitudine forzata. Ho vissuto alla giornata, nell'ozio, vagabondando senza meta, perdendo ogni tipo di legame con la mia famiglia, i miei affetti. - aggiunse, passandosi una mano sul volto, mentre sembrava cercare le parole giuste per spiegare, ma soprattutto a se stesso, cosa avesse fatto, in tutto quel tempo.
- Poi il destino ci ha fatti rincontrare, le nostre sorti si sono ribaltate... Ho ritrovato il mio vecchio amico, innocente e combattivo come sempre. Sembravamo esser tornati ragazzi, quando iniziammo a combattere, pieni di coraggio e sogni. - continuò quello, e sul suo viso la delusione per le speranze, vecchie e nuove, infrante era dolorosamente vivida.
- Penso di essere vecchio, e stanco. Stanco di essere beffato dal destino. Stanco di riporre speranze, illudermi, e poi vedermi crollare tutto di nuovo addosso, e sprofondare ogni volta in un baratro di solitudine più profonda, e più cupa. -
- Remus... -
- Ho pensato di farla finita. Molte volte. Di capire il senso di tutto questo, del perché io mi ostini in una guerra persa continua con me stesso, mentre il resto del mondo si sgretola... Ed io rimanga solo. Continuamente. -
- E tornare al Branco significa... Farla finita? -
- Non lo so... Magari sì. -
Fianna serrò le labbra, e chiuse gli occhi: sembrava esser diventata un blocco di ghiaccio inespressivo ma teso.
- E' bene che tu ne parli presto con Fenrir. - sentenziò, quasi volesse mettere le mani avanti.
- Io vorrei poter passare del tempo con te, e con Liam. -
- Anche io. Ma non voglio far aspettare il mio capobranco per un po' di improvviso sentimentalismo. Ho scelto di aderire ad una scala di valori divenendo un lupo adulto, Remus, e ciò significa che non posso mettere i miei sentimenti nei confronti di un estraneo al Branco davanti ai bisogni della mia comunità. -
- I tuoi sentimenti. - ripeté quello, un po' stranito.
Lei annuì, con un sorriso rassegnato ed un po' triste. Arrendevole.
- Ma tu non abiti con loro... -
- Tornerò a farlo appena Liam sarà completamente auto-sufficiente. Ho impiegato mesi a far capire a Greyback e agli anziani che insistere per farlo studiare come un ragazzo qualunque non lo avrebbe allontanato, né il mio modo di vivere in mezzo agli umani avrebbe reso me meno responsabile nei confronti del Branco. Non ho intenzione di perdere la loro fiducia proprio ora. -
- E passare del tempo con me... Significa questo? -
- Tu, Remus, sei un mago. Non importa che tu non sia uno di quelli che li ha perseguitati negli anni. E, per di più, ai loro occhi sei un mago che non solo rinnega se stesso, ma ha anche abbandonato la sua compagna mentre aspettava un cucciolo. Ti guarderanno con sospetto, studieranno ogni tua mossa. Sei un lupo senza branco. Un paria. - lo avvertì, cupa.
- E' un modo gentile per dirmi che... Non ho speranze? -
- No. Tutt'altro. E' bene che tu sappia che tornare al Branco non significa... Farla finita. Per nulla. -
L'altro non rispose, chinò la testa, semplicemente, mentre lei tornava a parlare.
- Sei un fratello, e non ti negheranno mai la possibilità di un ritorno... Ma finché non sentirò queste parole dal consiglio non voglio illudermi. Né affezionarmi troppo a questa bizzarra situazione casalinga. -
- Ti stai affezionando? - si stupì Lupin.
- Sì, ma non dirlo troppo in giro. -
- Anche se sono qui da meno di un giorno e litighiamo di continuo? -
- Diavolo, Remus, pensavo tu mi conoscessi. -
- Ma sono passati molti anni. -
- Certe cose non cambiano. -
Fianna lo vide fissare il vuoto dentro la tazza per qualche istante, e mordicchiarsi assorto la bocca, mentre lei già si era alzata in piedi. L'aiutò ad arrangiare il letto sul divano, in silenzio, ma senza smettere anch'egli di osservarla cautamente.
Il mannaro finalmente sorrideva, seppur in modo tenue, ma solo chi lo conosceva da tempo si sarebbe potuto accorgere della piega insolitamente rasserenata che avevano assunto le sue labbra. E ricordare con piacere che anche quella non era cambiata affatto.

mercoledì, 07 gennaio 2009
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Capitolo 12 - L'Altra Faccia Della Medaglia

Fianna O'Loughlinn non si era mai ritenuta un tipo particolare, neppure per un attimo. Non era la prima della classe, non era quella carina, non era quella corteggiata. Il suo era sempre stato un destino da eterna spalla della bella o intelligente di turno: l'amica normale di quella o quell'altra Lily Evans, per dirne una.
Certo, ascoltava musica strana, ma ciò non significava necessariamente essere notata.
Ma, in quel momento, distesa e ancora assonnata nel suo letto d'infermeria, capì di essere irrimediabilmente diversa da tutti gli altri studenti, e per sempre.
E sperò con tutta se stessa che, ancora una volta, nessuno se ne sarebbe mai accorto.
Lo sapeva ormai da una settimana, eppure se ne era resa pienamente conto solo allora, svegliandosi.
Si sentiva meglio, ed il dolore diffuso che l'aveva afflitta i giorni precedenti, soprattutto alla ferita tra spalla e collo, stava sfumando via: presto quello strano limbo ovattato ed asettico creato solo per lei e la sua convalescenza si sarebbe dissolto e avrebbe potuto riprendere le lezioni.
Tutto sarebbe tornato come prima, con gli opportuni cambiamenti.
Lo aveva capito solamente quando si era sentita davvero pronta per tornare alla vita di tutti i giorni.
Sospirò, sollevandosi dai cuscini ed allungando le dita della mano sinistra verso la vestaglia: il braccio destro era ancora in parte immobile, e la carne della spalla le tirava, appena cercava di distendere anche solo le dita, o di voltarsi troppo di lato.
Fuori splendeva un sole pallido e tenue, appena visibile dalle nubi, ma in grado di rischiarare un poco l'aria della mattina. I vetri delle finestre erano quasi tiepidi, anche se in modo impercettibile, o forse era lei che iniziava a sentire in modo amplificato suoni, odori, sensazioni tattili...
Si sedette con la fronte contro la finestra, rannicchiandosi contro di essa, godendo di quel pochissimo calore prima dell'inizio del vero inverno.
Madama Chips comparve dopo qualche minuto, scivolando silenziosa e cauta in quella camera, ma non era da sola. Fianna se ne accorse... Dall'odore.
Non le era mai successo prima di allora. Accanto al profumo tenue di borotalco della guaritrice si notava nitida una nota vagamente più maschile, anche se per nulla invadente. Simile all'odore delle cortecce rese umide e soffici dalla borraccina.
Si voltò appena e rimase a fissare la donna ed il giovane accanto a lei con espressione incredula.
Non si mosse: non capiva che ci facesse lì, e perché la Chips l'avesse fatto entrare.
Osservò la strega allontanarsi e lui raggiungerla, sedendoglisi di fronte, con sul volto l'espressione più colpevole e contrita che avesse mai visto in vita sua.
- Buongiorno Fian... - soffiò appena Remus Lupin, chinando la testa.
- Ciao... Che cosa ci fai qui? - gli domandò la ragazza, d'istinto.
Nessun compagno di scuola era stato avvisato... E nessuno era andato a trovarla, credendola tornata a casa per motivi puramente familiari.
- Era da qualche giorno che volevo parlarti ma Madama Chips ha detto di aspettare un po'... -
- Ma... Tu sai perché sono qui? -
Il giovane annuì, stringendosi nelle spalle.
- Ma la McGranitt ha detto... Ha detto che ufficialmente sono a casa mia, che lo sapevano solo lei, Silente e la Chips. -
- Ed è così. Ma nel mio caso è diverso... Lascia che ti spieghi. -
Lupin sospirò, cercando di trovare le parole più adatte, ma le orecchie gli ronzavano, e la gola si era fatta improvvisamente secca, inaridita.
- Cosa c'è da spiegare? - domandò lei, in un sussurro.
Ancora a capo chino lui si sfilò la cravatta della divisa, ed il maglione; quindi aprì di qualche bottone la camicia, mostrandole, sulla sua spalla, coperta a metà dalla canottiera, la vistosa cicatrice lasciatogli dal morso che lo aveva reso un licantropo, anni prima.
Fianna sbatté le palpebre, incapace di dire una sola frase. E, forse, anche di respirare.
Fissava il ragazzo di fronte a sé con occhi sgranati, sperando che lui aprisse bocca per primo.
Ma alla fine Remus si limitò a sospirare amaramente, infilandosi i bottoni nelle asole, sempre senza avere il coraggio di guardarla in faccia.
Lei lo guardava, con una strana aria compassionevole, e confusa, frastornata.
- Hai capito ora? - le chiese, bisbigliando.
- Sei... Sei un licantropo... Anche tu. - affermò incredula l'altra.
E non c'era nulla nel suo tono di voce, o nella sua espressione, che facesse sospettare che avesse anche intuito tutto il resto.
- E ce ne sono degli altri alla scuola? - gli domandò.
- No... Solo io. E tu. -
- E nella foresta? -
- No. -
- E chi era quello... -
Per la prima volta Lupin la guardò in faccia, a labbra serrate, e gli occhi lucidi. Sembrava trattenere il fiato. E molte altre parole, di rimorso, di scuse, che sapeva tutte similmente inutili e vuote.
- Sono io, Fian. Io ti ho morso. - soffiò, appena.
La giovane deglutì, senza staccargli gli occhi di dosso.
Non pensava nulla, non era sconvolta. Era tutto talmente assurdo da sembrare irreale.
Guardava Remus di fronte a sé senza vedere la bestia enorme ed affamata che l'aveva attaccata ed infettata, ma solo un ragazzo terribilmente angosciato ed oppresso dal suo senso di colpa.
Lo vide piegarsi su se stesso, verso di lei, sfiorandole le ginocchia, in una richiesta implicita di perdono e comprensione.
- Ti ho rovinato la vita. - lo sentì farfugliare.
- A te... L'ha rovinata? - riuscì appena a chiedergli.
Ma lui non rispose, se ne stava così, accucciato, timoroso di sfiorarle con un solo mignolo la lunga vestaglia chiara che le copriva le gambe.
- Per favore... Non fare così. -
- Hai tutto il diritto di odiarmi. Puoi denunciarmi e farmi cacciare dalla scuola, me lo merito. -
La giovane si morse la bocca, nervosamente - No... -
- Ti prego solo di non coinvolgere altre persone: Silente, la professoressa... -
- Ma non voglio. Non voglio farlo. - insistette Fianna, allungando la mano sinistra verso di lui.
Gli carezzò piano la testa, in un gesto talmente dolce da sorprenderla per prima, e lo sentì come guaire, mestamente: sembrava... Un cucciolo impaurito e solo.
Che le faceva immensamente tenerezza.
- Tu non te ne vai di qui, Remus Lupin. Tu mi aiuterai, invece. - gli mormorò, posandogli la mano sulla spalla, dove, sotto il maglione e la camicia, si trovava la sua vecchia cicatrice.
- A fare cosa? -
- Ad imparare. - rispose con determinazione quella. Senza neppure rendersene davvero conto.
- E'... Doloroso. Ancora oggi. -
- Mi dispiace. - sussurrò appena, facendo per abbracciarlo.
- Dovrei essere io a consolare te... -
- Magari un'altra volta. Alla prossima luna. - cercò di minimizzare la ragazza.
E, per quanto le sembrasse davvero irreale, avvertiva nitida la sofferenza di lui, come più grande e più pesante delle sue stesse paure. In fondo lei ancora non aveva idea...
- E' perché ancora... Non sai. -
- Allora aiutami a capire. -
- Quando accadrà, tu mi odierai. -
- Lascialo decidere a me. - concluse Fianna.
Ma poi non era andata così, non così semplicemente.
Da quel giorno tutto si fece più complesso, ed in un modo che nessuno dei due poteva aver preveduto. O temuto.

sabato, 29 novembre 2008
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Capitolo 11 - Un Triste Risveglio

Dopo il plenilunio Remus si svegliò in infermeria con un fortissimo mal di testa ed il sapore acre e ferroso di sangue in bocca. Erano mesi che non gli capitava più; erano mesi che riusciva a tornare alla scuola da solo, dopo la muta, e non erano più necessari ricoveri d'emergenza, per ferite e postumi della trasformazione.
Aveva le braccia fasciate, ed un dolore diffuso per tutto il corpo: significava che aveva lottato, e a lungo, e che molto probabilmente i suoi amici avevano risposto ad ogni colpo e morso, un po' per divertimento, un po' per difendersi da lui.
Ma succedeva da così tanto tempo che, quasi quasi, sarebbe potuto rientrare nella normalità delle cose, tra i quattro Malandrini, anche se, quella volta, ci erano andati davvero pesante.
Eppure quel sapore in bocca lo nauseava, sentiva stridere le gengive, i denti contro l'interno nelle guance e delle labbra, come irritato, mentre un'inquietudine sottile e subdola s'intrufolava tra i suoi pensieri: aveva forse fatto del male a qualcuno dei suoi amici? Ogni volta lo temeva, ed ogni volta a rassicurarlo vi erano i sorrisi calorosi di James, Sirius e Peter, dall'altra parte della tenda posta attorno al suo letto, a scacciare ogni dubbio.
Ma non quella volta.
Quella mattina era solo, e in quell'ala nascosta dell'infermeria, dove nessun altro studente lo avrebbe mai potuto vedere convalescente e sospettare della sua duplice natura ogni luna piena, regnava uno strano silenzio ovattato e sospeso, irreale. Come forzato.
Poteva sentire solo un basso ronzio, che si sommava alla confusione nella sua testa, che, mentre i minuti passavano, diveniva sempre più netto e nitido: non era un rumore, ma il bisbigliare concitato di alcune persone, giusto a pochi metri da lui.
- Signor Potter lei non dovrebbe essere qui, e neppure Black e Minus. Vi consiglio di rientrare a lezione se non desiderate una sonora punizione. -
Era stata la McGranitt a parlare, ed una nota di nervosismo piegava la sua voce ferma e seria, ma non per questo meno autoritaria.
- Professoressa, sappiamo tutto. - aveva tagliato corto Sirius, in un latrato nervoso e ribelle dei suoi.
- Tutto? Tutto cosa? -
- Minerva, lasciali passare. Sanno tutto. - era intervenuto Silente, con tono assai dimesso. Visibilmente preoccupato.
- A volte temo sappiano pure più di noi. - aveva aggiunto poi, in un sospiro di resa.
Passi, veloci, verso il letto dove giaceva il giovane licantropo.
Si fermarono.
- Sirius, aspetta. Gli farai prendere un colpo. - disse allora James, bloccando l'amico.
- Io devo difenderlo. Non è stata colpa sua. -
Black sembrava fuori di sé. Molto più del suo solito.
- Aspettiamo di sapere cosa vuole fare Silente. - rifletté timoroso Peter, dietro di loro due.
- Non mi importa. Non lo cacceranno. Non se l'è andata a cercare lui. Gli spiegheremo tutto. Tutti e quattro. -
- Ma non possiamo dire di essere Animagus. E' il nostro segreto. - bisbigliò Minus, con voce tremula - Se lo sapessero... Passeremo dei guai. Ci considereranno suoi complici. -
- Peter sei un codardo! - ringhiò Sirius.
- E se Severus spifferasse tutto? - rincarò l'altro - Sono anni che andiamo contro così tante regole... -
- Al diavolo le regole! Non voglio che uno dei miei migliori amici venga additato a mostro solo perché una cretina... -
- E' vero: non c'è scritto da nessuna parte di entrare nella Stamberga Strillante. - convenne James.
- E poi non è territorio della scuola. Sono affari suoi. -
- E se la sua famiglia accusasse Remus? - domandò Peter.
- Di cosa? Di essere un lupo mannaro? -
- Ma Silente lo sapeva, la McGranitt lo sapeva, noi lo sapevamo. Potevamo evitarlo! Ci finiremo in mezzo! - piagnucolò nuovamente Minus.
- Siamo già in mezzo, Peter, lo capisci o no? Siamo tutti coinvolti! Possiamo solo fare quello che abbiamo sempre fatto fino ad ora: proteggerlo. -
- Ma chi proteggerà noi? -
Black lo colpì, in pieno volto, a metà tra un manrovescio ed un pugno maldestro.
- Sirius, basta. Datti una calmata. - lo bloccò Potter.
- Fregaci, Codaliscia, e giuro che ti ammazzo. Quant'è vero che sei mio amico, io ti ammazzo. -
James aprì bocca, per provare a mitigare le parole dell'altro Grifondoro, ma l'espressione d'angoscia e stupore sul volto di Lupin, in piedi di fronte a loro, e bianco come uno straccio, gli troncò le parole in gola.
- Cosa ho fatto? - chiese, in un brivido. E tremava, tanto da riuscire appena a stare in equilibrio.
Nel frattempo, attirati dal battibecco tra i due, si erano avvicinati il preside e la McGranitt, seguiti da Madama Chips, trafelatissima.
- Vi sembra il modo?! Quel povero ragazzo si è appena ripreso! - li sgridò, prima ancora che Silente e Minerva potessero aprir bocca.
- Vi ho fatto una domanda! - intervenne Remus, con voce rotta.
- Per favore: lasciateci da soli con lui. - deglutì James, prima di lanciare un'occhiataccia a Black.
La McGranitt invece si limitò a fissarli sbalordita, poi rivolse uno sguardo fortemente interrogativo al preside: quel genere di espressione che lasciava trapelare sì rispetto, ma anche un certo malcelato disappunto per esser stata tenuta all'oscuro di chissà che parti della faccenda.
Ma Albus sembrava osservare Lupin con talmente tanta compassione da risultare quasi pungente, e dolorosa, come se lo volesse invitare a scegliere lui stesso cosa fare.
Il giovane annuì, con aria mesta.
Minerva serrò le labbra, e le sue narici fremettero, tese.
- Spiegheranno tutto anche a lei? -
- No. Ci penserete tu e Poppy. Poi starà a me. Aspettate a chiamare la famiglia: in fondo è maggiorenne. Sta a lei decidere. - convenne Silente, facendo per congedarsi.
Remus li osservò allontanarsi, mentre il respiro raschiava sulla sua gola disseccata, uscendo dalla sua bocca simile ad un rantolo.
- Sarà il caso che torni disteso. - suggerì James, aiutandolo a sedersi a letto.
- Ci siamo qui noi, Lunastorta. Non dimenticartelo. - volle rassicurarlo Sirius, posandogli le mani sulle spalle, gesto che lo fece gemere flebilmente, e ritrarsi come una bestia ferita.
- Ci siamo qui noi. - fece eco Peter, in un filo di voce.
- Allora rispondete alla mia domanda. -
- Hai... Insomma, è successo un piccolo... - iniziò Potter.
- Ho morso qualcuno? - incalzò il licantropo.
Codaliscia annuì, di riflesso, seppur impercettibilmente.
- Chi ho morso? -
L'ennesimo rantolo, appena pronunciato.
Black deglutì e guardò a turno gli altri due: stava a lui. In fondo se l'era caricata lui in spalla e l'aveva portata lui stesso fino in infermeria; dalle condizioni in cui versava allora non vi erano stati dubbi su cosa le era successo, senza che i tre Animagus avessero potuto evitarlo.
Ed era pure loro amica.
- Remus promettimi di non fare sciocchezze. - cercò di nuovo di prenderlo per le spalle l'amico, questa volta con maggiore forza.
- Chi ho morso, dannazione! -
La voce uscì fuori simile ad un lungo lamento, un ululato disperato. E non c'era affatto traccia nel giovane stravolto di fronte a loro del solito, calmo, serafico, Lupin, quello che non si lamentava, e non faceva trapelare quasi nulla di ciò che lo opprimeva ogni giorno, da molti anni ormai.
In quel momento era solamente distrutto, frastornato e confuso, sul punto di sgretolarsi, accasciandosi sulle sue membra ammaccate e ferite.
- Fianna... - riuscì appena a dire Sirius, stringendo le dita sulle braccia dell'amico, quasi temesse di vederlo sfuggire sotto i suoi occhi, o dissolversi come una nuvola grigia ed impalpabile.
L'altro non rispose, chiuse semplicemente gli occhi, in un gesto sofferente e colpevole.
Il vuoto che sentiva alla bocca dello stomaco diventò improvvisamente netto, rovesciandosi su se stesso. Un conato, ma non aveva nulla da rimettere, se non il suo stesso fiato, e, piegato su di un fianco, tornò a rantolare più forte, con lunghi e rochi respiri, che si mescolavano al pianto, trattenuto a stento, dirotto, ma senza lacrime. Solo un sordo singhiozzare senza tregua.
I suoi amici lo chiamarono per nome, più e più volte, e Sirius cercò di stringerlo ancora tra le sue braccia, tremando, non sapendo che altro fare se non tenerlo stretto a sé.
- Sono un mostro. - ripeteva Remus, sotto gli sguardi impotenti degli altri tre.
- Non è vero. - faceva eco Black, con ostinazione.
Così, finché ebbero entrambi fiato di insistere e non calò un silenzio greve e tombale.
Fuori iniziò a piovere, altrettanto sommessamente.
La neve caduta nei giorni passati si sarebbe sciolta tempo mezza giornata, lasciando solo un velo squallido di fango incolore a ricoprire i prati ed i sentieri.

- Lei dov'è? - domandò Lupin dopo lunghi minuti di assenza di parole.
Fissava la parete di fronte a sé, l'intonaco immacolato e perfetto accanto ad una delle finestre, come se non vi fosse stato altro al mondo che quella distesa bianca, offuscata dalle lacrime.
James e Peter erano andati a lezione, ma sarebbero tornati ben presto, di nascosto, tra una pausa e l'altra, incuranti degli esami e del rischio di essere scoperti.
Sirius invece no, lui si era rifiutato di muoversi di lì, quasi temesse che l'amico facesse qualche gesto avventato di reazione a quello che era successo.
- Credo che la Chips l'abbia messa in qualche saletta da sola. So che ancora dormiva. L'hanno sedata. -
- Sarà da sola quando si sveglia? Io... Io almeno avevo la mia famiglia... -
- C'è la McGranitt e la Chips, poi andrà lì Silente: l'hai sentiti prima, no? -
- Non è la stessa cosa. -
- Vuoi farti una colpa anche di questo? - sembrò ammonirlo Black.
- Dovrò parlarle... E' giusto che sappia che sono stato io. -
- Se rende pubblica la cosa... Ti cacceranno. Sarai un emarginato a vita, lo sai. - gli fece notare, preoccupato, l'amico.
- Correrò i miei rischi. In fondo le ho appena rovinato l'esistenza: è giusto che paghi le conseguenze. - deglutì l'altro, chiudendo gli occhi.
- Se ti cacciano vengo via con te. -
- Non dire così. Mi fai sentire in colpa anche di questo. -
- Vai al diavolo, Lunastorta. - sbuffò Sirius, scompigliandogli i capelli.
- Sai... Era un tipo tranquillo. Ci studiavo bene insieme. Andavamo d'accordo. Fianna ed io. - ricordò quello, in un sussurro un po' titubante.
- Potrete sempre... E poi tu hai un sacco di cose da insegnarle. - cercò di rincuorarlo l'altro.
- Cosa? Come? Lei mi odierà. Mi vorrà morto. Hai idea di quello che le ho fatto? -
- Solo perché per te è inconcepibile la tua doppia natura non è che per tutti... -
Remus sgranò gli occhi chiari e pallidi, quindi si voltò, di scatto, fissandolo inorridito.
- Sirius, ragiona: l'ho morsa, martoriata, ferita, quasi uccisa. Chissà cos'altro avrei potuto fare se non foste intervenuti voi... Avrei potuto sbranarla ancora viva, lo sai? Mangiare la sua carne, fare scempio del suo corpo... Non è una cosa normale! Non è qualcosa che si perdona, vuoi ficcartelo in quella testa dura, maledetto d'un Black? -
- Ma non è successo nulla di tutto questo. A parte il morso, ovvio. - tentò di sdrammatizzare Sirius.
- L'ho condannata ad una vita di sotterfugi, mutazioni, emarginazione. Credi che sia comodo trasformarsi? Temere di far male a chi ti sta vicino? Svegliarsi alla fine del plenilunio con il terrore di aver commesso quello che ho appena fatto io? -
- Però non sei solo... Non lo sarà neppure lei. E non ti azzardare a dire che questo non conta nulla perché la prendo come un'offesa personale. - volle insistere l'altro.
- Nessuno di voi sa cosa passo io ogni luna piena. Non lo saprete mai. Neppure tra cinquant'anni. -
- Tutto ciò è assai egoista da parte tua: che ne sai di quanto io... Io soffra a vederti così: non importa che io sia solo uno stupido cane e tu un licantropo! -
- Nessuno di voi sa cosa sta passando per la testa di Fianna in questo momento. - rincarò il giovane mannaro.
- Ma tu sì. -
Lupin annuì, mestamente.
Aspettava, rannicchiato di fianco, solo di riprendere forze. Quindi le avrebbe parlato.
Glielo doveva.

venerdì, 28 novembre 2008
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E fu così che, complice uno strano sogno d'inizio estate, cominciai a scrivere questo guazzabuglio di idee, sentimenti e sensazioni... L'ennesimo. Molto intimista e tortamental-deprescion. Molto AU. Alternative Universe, ma non solo.

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